RECENSIONI DEI CLASSICI DELL'ELETTRONICA

NIGHTMARES ON WAX - Smokers Delight (Warp, 1995)

1 Nights introlude
2 Dreddoverboard
3 Pipes honour
4 Me and you
5 Stars
6 Wait a minute
6,5 Praying for a jeepbeat
7 Groove ST.
8 Time (to listen)
9 (Man) tha journey
10 Bless my soul
11 Cruise (don't stop)
12 Mission venice
13 What i'm feelin (good)
14 Rise
15 Rise (reprise)
16 Gambia via vagator beach

George Evelyn è uno dei guru della Warp, lo ricordiamo fra '80 e '90 con le sue proposte house avanguardistiche che si svilupparono poi in un'elettronica imperneata sul downtempo e il dub. Smokers delight ha la valenza storica di un Abraxas di Santana proiettato nell'elettronica, è la cultura nera ad uscire fuori in un frullato di soul, trip-hop, dub e ambient da narghilè servito in un pomeriggio estivo di relax. Alzi la mano chi non ha mai usufruito di questo disco per farne lo sfondo di fumate e sex tra i giochi di luce e colori fauvisti.
Possa "Stars" abbracciarvi con le sue cadenze tribal-trip hop con voce soul che compare dall'angolino come il faccione ghignante di Armstrong sotto la doccia, mentre le tastiere sintetiche giocano con tutto ciò, o le chitarre di "Pipes honour" sessioneggiano con un timido synth. Evelyn fa uso anche di brevi bridges che riescono a creare sempre alchimie trasognate come in "Me and you", ma il tutto è in un'armonia così perfetta che le 17 tracce potrebbero essere una sola lunga opera di intrigante stuzzicamento sensoriale.
Nightmares on wax è la raffinatezza della spontaneità ammiccante ma educata, non si ha mai la sensazione di invadenza o di eccessiva eccentricità compositiva. In "Wait a minute" tornano anche dei passaggi house che scompaiono poi nel nulla, una macchina cubana rattoppata che passa l'incrocio, ed eccoci a "Prayin for a jeepbeat", un trip psichedelico e profumato di pietanze da tavola imbandita per colazione pantagruelica, uno dei capolavori del disco. La fiaccola non si spegne mai, in "Mission of venice" si ha l'impressione di una colonna sonora da telefilm poliziesco carpita di sfuggita da una finestra, ma il cammino continua, fino all'exploit di "Rise" e al tribalismo africano di Gambia. Smokers delight è una sorta di compagno di viaggio da consumare stando fermi intorno al fuoco, sembra quasi non esserci per quanto è discreto, ma quando finisce è come un taglio ai viveri e alle bevande. Vuole quasi contenere tutto l'evocabile possibile a iniziare dalla copertina in stile horror vacui, è il baule emotivo dal quale attingere nei momenti spensierati.

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MOUSE ON MARS - Autoditacker (Thrill Jockey, 1997)



1 Sui shop
2 Juju
3 Twift Shoeblade
4 Tamagnocchi
5 Dark FX
6 Scat
7 Tux & Damask
8 Sehnsud
9 X-Flies
10 Schnick Schnack Meltmade
11 Rondio
12 Maggots hell wigs


I I tedeschi Andi Toma e Jan Werner con il loro progetto Mouse on Mars stanno all'elettronica come Walt Disney sta al fumetto. La loro limpida e sincera giocosità fatta di intrecci melodici, glitch, idm e break è lo spartiacque fra l'elettronica precedente e quella successiva. Con una personalità e impronta inconfondibile, spaziando in vari ambiti elettronici anche ostici sono come la chitarra di Hendrix, si riconoscerebbero in mezzo ad altri cento, una lotta di bambini genialoidi che mescolano pongo creando strutture astruse tirandocele in faccia.
Autoditacker, coronazione della ricerca precedente iniziata con Iaora Tahiti è il culmine della loro prima parte di carriera e la raggiunta maturità stilistica. Se le prime due tracce sembrano un tributo ad Aphex Twin, il seguito è un fluido divenire, salutano tutti e partono. Già "Twift Shoeblade" è un'irresistibile mistura di idm monella spernacchiante che ha il pregio di non cadere in pericolosi manierismi artificiosi, il lato emotivo nei MOM non tramonta mai. "Tamagnocchi" è uno dei capolavori del disco, un ambient che decolla poi nella loro maniera fanciullesca e profonda in ritmiche svalvolate con andamento squaqquaraquante alla Paperino in corsa. I pezzi centrali Dark FX e Scat sono un esempio di dilatazione temporale di idm/d'n'b che si muta in ambient disturbato da strumenti tradizionali che i MOM non hanno mai disdegnato di utilizzare o campionare. In "Tux e Damask" una chitarra sintetica sfida a duello il break-idm fra vortici sonori colaratissimi, panni stesi al vento d'estate ligure che poi si calmano siglando una pace sfumante. In "Sehnsud" si tenta un astruso downtempo che porta alla parte finale del disco che, sorprendendo chi magari aveva già intuito il finale, risulta decisamente cupa. I MOM in Autoditacker spezzettano i suoni e sovrappongono vari binari in un fascio di strade sempre armonioso, ma con la furbizia del bambino psicopatico a cui è stata negata la marmellata e cova l'atroce vendetta. A dispetto di quello che si può pensare non si tratta però di un gioco da ragazzi, per fare quest'elettronica ci vogliono due palle grosse così.

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APHEX TWIN - Selected Ambient Works II (Warp, 1994)



1>25 (Senza titolo)

I SAW 2 sono il lavoro più mastodontico fatto da Aphex Twin anche se il primo capitolo offre altrettanti spunti significativi. II è una raccolta di 25 episodi senza titolo, un trip di oltre due ore mezza eseguito con mezzi semplici e disparati nei meandri della psiche. Aphex Twin, sguazzando in ogni pozza d'acqua gli si pari davanti, si rifà e trae idee da una certa tradizione passata,dai Klavierstucks di Stockhausen a Brian Eno, ma anche per certa giocosità ossessiva nelle trame anche a certa musica classica a cavallo fra '800 e '900 e da certo ambient elettronico-industriale a lui precedente o contemporaneo. E' una sua interpretazione del genere in cui le tastiere sibilline, melodie incantate, bassi profondi, sottili tribalismi, glitch ed echi sospesi in un minimalismo universale formano un liquido amniotico perenne che contiene sogni e paure, paesaggi e mondi, l'atomo da cui è scaturito il big bang.
Fra gli episodi ce ne sono anche alcuni mediocri ma quello che qui conta credo sia stato l'affresco complessivo.
Più tranquillo ed essenziale il primo cd, esempio di produzione casalinga che ci trastulla tra inquietudini e sprazzi di luce autunnale, l'ideale per addormentarsi, non che sia un difetto, intendiamoci..
Il secondo è più ricercato e a tratti industriale, incantevole ad esempio la sua prima traccia, dove un battito metronomico in una stanza deserta si lascia avvolgere da una triste litania disturbata da gorghi sfociando nella seconda traccia in un dualismo tra dissonanze e synth angelico che ci spara dritti sulla Luna, biglietto sola andata.
Tra cavalcate e atteraggi robotici infilati fra proto-idm, nella nona traccia un brusio allucinato di voci ci circonda nel letto, in quella dopo sembrano i Throbbing Gristle che si sollazzano dopo uno spuntino.
Aphex Twin crea così il suo Zibaldone elettronico, un blocco di appunti estemporaneo e trasognato che riesce ad evitare anche l'effetto accozzaglia. Non l'ho mai ritenuto però un capolavoro da dieci e lode, Aphex Twin non ne ha mai fatti ad eccezione di (parecchi) singoli brani...da quello che ho capito dai suoi dischi ciò è dovuto al suo estro intuitivo e poliedrico che ha la caratteristica di ricevere>capire>rielaborare in stati d'animo nevrotici per lampi di genio singoli e non sulla lunga distanza.
SAW 2 è comunque un viaggio lisergico che ognuno dovrebbe intraprendere, colonna sonora di una qualsiasi vita che si piazza nelle menti come un camaleonte sulla tavolozza di Chagall, un pò come i labirinti e le pare mentali di un pacman che mangia palline in una cantina vicino alla lavatrice sfondata sul far della sera, in un perpetuo inseguire e fuggire sè stesso.

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UNDERWORLD - Dubnobasswithmyheadman (Junior boy's own 1993)



1 Dark & long
2 mmm skyscraper i love you
3 Surfboy
4 Spoonman
5 Tongue
6 Dirty epic
7 Cowgirl
8 River of bass
9 m.e.

Gli Underworld sono stati fin dagli anni '80 esponenti di un electro-technoide minimale di matrice pop che si trasformò in questo album in un flusso sonoro rielaborante le precedenti influenze ma con piglio ambientale, tra digressioni surreali in stanze senza soffitto. Richard Smith, Darren Emerson e Karl Hyde si imposero come una delle miscele più riuscite della stirpe post rave, forse più immediati rispetto a LFO (la cui influenza si fa sentire) o Black Dog e di indubbio impatto sulle nuove generazioni, specie quelle non avvezze all'elettronica che trovarono in loro una delle porte verso nuovi mondi sotterranei.
Dubnobasswithmyheadman, uscito nel '93 è dal punto di vista della valenza storica significativo sia per le sue generali qualità intrinseche dovute anche all'estrazione eterogenea dei singoli componenti, sia soprattutto per il ruolo di cerniera fra chi all'epoca ascoltava rock e chi elettronica e raves, giungendo per inconsapevoli strade mentali convergenti a questo punto d'incontro: "Tongue", posta esattamente a metà disco, con le sue chitarre stralunate e synth e voci che ci sfiorano lentamente mentre i beats incedono cauti, sembra il momento esatto per finire una nottata con chi arriva alla spicciolata dalle situazioni più disparate, un lampione in una strada buia, il saluto, luce a est e ci si ritrova soli tra gli odori del marciapiede.
Tutti i brani dell'album sono consegnati al mito a iniziare da hits come "Spoonman" e soprattutto "Cowgirl", che anticipano di poco l'exploit celebrato in Trainspotting di "Born Slippy", con una caratteristica saliente del gruppo: la voce di Hyde psicotica e robotica, elastica nel destreggiarsi anche nel simil soul, tesse trame, filastrocche, deliri electro-cyber in un vortice infiammato messo a puntino da Emerson e Smith. Pezzi come "Dirty epic", "River of bass" e "m.e." sono esemplificativi dello stile disinibito e contaminato del trio, sottofondo per drinks notturni cerebrali su vetrate su strade illuminate. Le fondamenta dell'edificio Underworld sono però nelle iniziali "Dark & long" e "mmm skyscraper i love yoy", due inni avviluppanti in bilico fra tribalità e oscurità, un concentrato dell'atto elettronico dai '70 alla chill out, passando per funk e wave.
Dubnobasswithmyheadman è solitamente ricordato con affetto da qualsiasi fruitore di elettronica di culto o da bar, per il suo colpire dritto al cuore in un costante equilibrio nella ricerca ritmica e di mosaici sintetici variegati fra improvvise aperture di chitarre alienate, che sono come l'apparire della radura con volta stellata dopo il passaggio nella giungla e nella claustrofobia a tratti suscitata dal cantato di Hyde.
Se era l'armonia degli elementi quello che cercarono gli Underworld, la trovarono appieno.

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THE ORB - U.F.ORB (Wau! Modo, 1992)



1 O.O.B.E
2 U.F.ORB
3 BLUE ROOM
4 TOWERS OF DUB
5 CLOSE ENCOUNTERS
6 MAJESTIC
7 STICKY END

Questo disco del 1992 è un caposaldo dell'elettronica ambientale, quella chill-out che serviva a "riprendersi" in ambienti appositi dopo ore di raves e s\ballo. Già attivi fin dalla fine degli anni '80, gli inglesi ORB di Alex Paterson hanno contribuito alla creazione delle sonorità post-rave, quella famosa elettronica da ascolto che iniziava in quegli anni la propria comparsa diramandosi poi in infinite strade. In coppia con il precedente "Adventures beyond the ultraworld", "U.F.ORB" rappresenta la trasformazione della tech-house in lunghe suite ambientali dove Paterson, avvalendosi dei contributi dei suoi mutabili compagni di viaggio, in questo caso "Trash" Kris Weston e Thomas Fehlmann, ricercava tramite suites e collages sonori un'apparente stasi siderale e psichedelica che trovava poi sfogo in un incedere tech-house stralunato e nel dub. "U.F.ORB" è anche un esempio della maestria di Paterson in termini di mixaggio e campionamento, rappresenta insieme ad altri illustri dischi dell'epoca la base dell'elettronica ambientale che oggi ascoltiamo e di gran parte dell'idm. Paterson stesso si rifaceva al vecchio ambient, quello degli anni '70, con Brian Eno e il rock spaziale di Tangerine Dream e Pink Floyd come punto di riferimento, lui stesso era nell'entourage dei Killing Joke e l'anima "scura" non gli è mai mancata, pur tendendo alla multietnicità.
L'icipit di "Out of body experience" è un chiaro manifesto d'intenti, un macrocosmo sospeso e quasi new age, dove però l'idillio non è mai brodoso e scontato ma screziato da voci, fiati orientaleggianti, minimalismo, e dall'apparato sintetico che lascia l'inquietudine del tutto può succedere, tutto è in potenza. La title track infatti inizia sempre con un primordiale calderone ambientale che poi lascia spazio ad una soffusa tribal tech-house, cosa che avverrà anche in "Close encounters" e in "Majestic", lunghi brani dai tratti etnico-houseggianti, intervallati da ponti sospesi sullo spazio fino al nuovo exploit ritmico soffuso, l'ideale per bersi qualcosa dopo aver furoreggiato o per intrattenersi amabilmente sui divanetti. Forse però è la parte centrale del disco ad essere rimasta memorabile, pezzi come "Blue Room" e "Towers of dub" hanno fatto storia. La prima forse rimane tra le migliori espressioni ambientali dei '90, una lunga suite di quasi 18 minuti dove si mischiano echi industriali ovattati da cuscini, drones sfuggenti che si perdono lungo i corridoi voltando l'angolo e ritmiche che a metà suite fanno la loro comparsa in punta di piedi, trastullando e stuzzicando la mente fra echi di televisori e gente di passaggio. "Towers of dub" è un altro classico del trio Paterson/Trash/Fehlmann, l'inizio parlato lascia spazio ai latrati di un cane e sospiri lanciati in un contesto cyber appena accennato, fino alla comparsa di un'armonica bucolica che sfregia l'incedere dub incesellandosi con i precedenti campionamenti fino alla calma assoluta.
"U.F.Orb" è in classico dell'elettronica da ascolto, ora come ora può forse suonare datato ma conserva il suo fascino, i primi lavori degli Orb sono comunque seminali nelle coordinate musicali degli ultimi vent'anni.

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BLACK DOG - Bytes (Warp, 1993)

1 Object orient
2 Caz
3 Carceres ex novum
4 Focus mel
5 Olivine
6 Clan (mongol hordes)
7 Yamemm
8 Fight the hits
9 Merck
10 Sauqq
11 3/4 heart

Se si volesse capire il passaggio dalla techno di Detroit all'idm, Bytes sarebbe uno dei dischi più significativi ad illustrarcelo. Gli inglesi Black Dog, nelle persone di Ken Downie, Ed Handley e Andy Turner (gli ultimi due responsabili dei futuri Plaid) sono stati fautori nei primi '90 di una techno d'ascolto, la cosiddetta intelligent-techno, caratterizzata dall'ariosità sintetica e melodica che avvolge le ritmiche cangianti come una membrana elastica permeata di diversi umori e influenze. Come sarà anche nei Plaid lo spirito dei Black Dog è smaliziato e giocoso a iniziare dai continui cambi di pseuonimi dei singoli componenti ( Close up over, Balil, Discordian popes ecc), ma la profondità emotiva non verrà mai meno. Bytes è una raccolta di brani che risalgono al 90-92, mettendo in luce la reciproca influenza con altri compositori dell'epoca, Richard James e LFO prima di tutto, con cui si darà vita al filone "Artificial intelligence" della Warp.
Se "Object orient" e "Caz" introducono quelle che saranno le strutture che saranno propire dell'idm ma con un retaggio ancora 80s, è con "Carceres ex novum" che l'archetipo prende forma: con i suoi synth ambientali sui toni alti ed estraneanti lì sullo sfondo, mentre le ritmiche si incastonano con un piano stralunato in un modello contrappuntistico basato anche sull'ambivalenza tra lucentezza e freddezza da ringhiera invernale sfiorata dal Sole, vengono gettate le fondamenta della futura elettronica d'ascolto basata sulla mutazione technoide filtrata dagli anni della chill out. I Black Dog fanno uso anche di disimpegni di experimental-ambient lisergico alla fine dei singoli brani, per poi ripartire con deliziose tracce idm come "Focus mel", "Olivine" e "Clan (mongol hordes)", quest'ultima con un bpm più aggressivo e dall'impianto cupo di minaccia incombente. "Yamemm" è quasi mouseonmarsiana nella sua liquidità intrufolante, "Fight the hits" è uno sprazzo di tribalità fra false partenze. Il finale del disco è il raggiungimento di un iperuranio futuristico dopo la presa di consapevolezza delle proprie capacità.
A distanza di tanti anni, (Bytes) fa l'effetto di un messaggio in bottiglia che oltrepassando i mari giunge su una spiaggia affollata e distratta, portandoci il codice dal quale è scaturita l'elettronica contemporanea.
Non aspettate altri 15 anni, raccoglietelo.

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DJ SHADOW - Endtroducing (Mo'Wax, 1996) - cd version

1 Best foot forward
2 Building steam with a grain of salt
3 The number song
4 Changeling
5 Transmission 1
6 What does your soul look like (part 4)
7 Untitled
8 Stem / Long stem
9 Transmission 2
10 Mutual slump
11 Organ donor
12 Why hip hop sucks in '96
13 Midnight in a perfect world
14 Napalm brain/ Scatter brain
15 What does your soul look like (part 1)
16 Transmission 3

L'americano Josh Davis è stato uno dei più formidabili interpreti del trip-hop. Appassionato cultore di vinili, mago del campionamento e intriso di cultura hip hop, DJ Shadow è artefice di strutture musicali ricercate e molto tecniche, che fanno perno sull'unione ritmica del downtempo e del break-beat con eleganti sfondi sonori carpiti da altre musiche del '900, diventando così uno degli intrecciatori di popular music più noti e apprezzati. Sicuramente influenzato da altri esponenti di spicco come DJ Krush o Portishead, Dj Shadow è meno minimale nelle strutture e nell'uso di samples, che non rimangono episodi slegati ed isolati ma si fondono abilmente in un fluire filmico dinamico degno dei poemi sinfonici dell'800. "Endtroducing"è proprio questo, un film di hip hop contaminato e strumentale, a tratti mastodontico ma mai pomposo, che non racchiude solo strade violente, ma scorci di vita quotidiana più rilassata e ombrosità notturne che si muovono sui tetti come un gatto nero che entra in solaio. Dopo una sfarfallante intro hip hop, "Building steam with a grain of salt" mette quasi in soggezione con il suo andamento severo dal timbro profondo che duetta con un piano, per poi passare all'hip hop progressivo denso di scratch e break beat di "The number song". Il voler andare oltre è però riscontrabile in un episodio come "Changeling", in cui confluiscono le più svariate anime dell'intrattenimento sonoro in una fusion da salotto sotto la torre di Babele, ma anche "What does your soul look like", qui presente in due delle quattro parti con cui è uscita a singolo, è un'opera in più parti dalla raffinatezza lampante. Il disco poi si snoda fra momenti ambientali morriconiani impastati da chitarre acustiche e sprazzi brekkati come in "Stem/Long stem" , fino a momenti alla Beth Gibbons nella protettiva "Midnight, in a perfect world".
"Endtroducing" è una sinfonia moderna da far uscire dalle casse sul davanzale spargendosi per il quartiere, una Metropolis nell'ultimo squarcio del ventesimo secolo.

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RICHARD H KIRK - Virtual State (Warp, 1993)

1 November x-ray mexico
2 Frequency band
3 Come
4 Freezone
5 Clandestine transmission
6 The feeling (of warmth & beauty)
7 Velodrome
8 Soul catcher
9 Worldwar three
10 Lagoon west

Richard H Kirk è stato autore di uno dei percorsi più eclettici dell'elettronica inglese. Fondatore dei Cabaret Voltaire, nome tutelare della mutazione industriale verso la dance, passando per l'house, il funk e il dub dei suoi progetti Sweet Exorcist e Sandoz, Kirk ha affrontato nella prima metà dei '90 anche il discorso ambientale, sempre con la sua semplice raffinatezza. I suoi dischi su Warp "Virtual State" e "Number of magic", forse il canto del cigno di Kirk prima di un effettivo irreversibile declino, sono stati colpevolmente obliati dai fruitori elettronici. Virtual State, uscito nel 1993 e quindi in linea con i produttori seminali del periodo, è invece interessante per due aspetti apparentemente in antitesi che vengono invece a combaciare: prima di tutto è ravvisabile la creazione di una particolare forma di chillout industriale, con in evidenza la sua vena minimale robotica, frutto anche della sua permanenza nei Cabaret Voltaire. A questo si unisce però la capacità di creare una ritmica houseggiante virante verso l'idm dai tratti fortemente etnici e dub, addirittura nera e tribaloide in "The feeling" e "Soul catcher", ma fortemente ibridata con le sue esperienze degli 80s che si sentono molto specie a livello di synth, ricercando dunque una sonorità universale, un Virtual State appunto. Kirk attua tutto ciò senza grandi exploit o trovate stilistiche a lui ignote e sviluppate meglio dalle nuove leve del periodo, ma ha il pregio di risultare sincero e piacevole. L'emblema del disco è appunto "Soul catcher", che inizia con cori e suoni tribali africani con ritmiche da fuoco notturno e si eleva poi con l'ingresso più deciso del synth sferzante evocante atmosfere wave. Se in "November x-ray mexico" e "Frequency Band", con spirali sintetiche elementari nel plasma ambientale scuro sembrano provenire da un passato mai dimenticato, in "Come" e "Freezone" c'è un nuovo corso di cui era stato uno dei primi fautori e fu messo a fuoco definitivamente da LFO e Black Dog.
Tutto avviene in punta di piedi, quasi timidamente, fino ai bagliori profetici trip-hop di "Worldwar three" e del tappeto volante ambientale di "Lagoon west", dodici minuti di trip lisergico finale, sconsolati, da tenere lì sullo sfondo come il ragno all'angolo. Kirk fa quasi capolino fra i giganti di inizio '90, lui, uno dei primi profeti del suono industriale fin dai primi '70, quando Aphex e co ciucciavano ancora il biberon, ma "Virtual state"pur suonando adesso datato, è un documento indispensabile di un personaggio che ha dato parecchi spunti all'evoluzione elettronica degli ultimi trenta anni.

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PORTISHEAD - DUMMY( Go beat, 1994)

1 Mysterons
2 Sour times
3 strangers
4 It could be sweet
5 Wandering stars
6 It's a fire
7 Numb
8 Roads
9 Pedestal
10 Biscuit
11 Glory box

Dummy è la sensualità che prende forma musicale e lascia il segno indelebile, difficile trovare un disco più femminile e toccante di questo. La musa del trip hop è stata Beth Gibbons, che insieme a Geof Barrow ha saputo elevare il gesto musicale a vette emotive himalaiane. Del 1994, Dummy è un caposaldo dell'esplosione del trip hop inglese, un disco di gusto estremo, con le sue basse battute e l'uso finemente rude e timido dello scratch e del sampling raffinato di Barrow, che non acquista come in Dj Shadow o Amon Tobin la varietà rigogliosa e imprevista nello svolgersi del disco, ma è uno spezzone che si impunta come disco rotto torturando la mente, mentre i beats martellano stancamente la vacuità di giungere a una posizione, un essere affranti e compiacersi nella malinconia, un soul bianco che vocalizza con gusto retrò e blues, la Virginia Woolf del faro nell'incertezza dell'essere, ritratto di grazia femminile degli anni '30 della De Lempicka, odore di donna allo stato puro, infine, il disco a cui confidarsi e concedersi dopo una giornata storta, sapendo di essere capiti.
Tutto ciò è il senso di questa musica fatta senza troppi fronzoli che per chi scrive rappresentò una tappa fondamentale e una rivelazione. Ognuna delle undici tracce si salda nell'immaginario personale a iniziare da Mysterons, abile selva confessionale che ci porta in un'altra dimensione con quel break tentennante che scalfisce la voce della Gibbons e la chitarra di Utley (chitarrista jazz) e il synth di Barrow diventano autentici fantasmi reconditi del nostro essere. In "Sour times", già familiarizzati, si viene rincorsi e incalzati dai Portishead in una cavalcata urbana noir e movimentata costruita attorno al samples di "The danube incident" di Lalo Schifrin, mentre in "Strangers" con l'altrettanto significativo samples tratto da "Elegant people" dei poliedrici Wheater Report si è proiettati in camerini da Pin up di inizio '900. "Dummy" è l'opera più puramente dark che abbia mai ascoltato dopo "Unknown pleasures" dei Joy Division, pezzi come "Roads" e "Biscuit" (con la sepolcrale voce di Jhonnie Ray scratchata lievemente) sono momenti di riflessione urbana fuori dal tempo, uno spleen parigino di vite che ci passano davanti e scompaiono, senza sapere il perchè.
Il jazz esce fuori ancora in "Pedestal" con la tromba di Andy Hague mentre Utley ricama col basso sul drumming sornione, fino ai momenti strafottenti di "Numb". I momenti più toccanti arrivano con I'ts a fire, in cui il cantato della Gibbons e l'organo hammond sarebbero capaci di far crollare anche i più sordi: "cause this life is a farce, i can't breath through this mask, like a fool, so breathe on, little sister, brathe on..". Il capolavoro finale è Glory Box, uno degli epitaffi più efficaci della storia del rock, con quel cavernoso blues fumoso screziato dalla chitarra qui claptoniana di Utley, e si dice infine : "i just wanna be a woman".. ed è la fine di tutto, totale.
"Dummy", avvalorato dall'onesto lavoro analogico di Barrow, dalla chitarra sapiente di Adrian Utley e da una camaleontica Gibbons in stato di grazia, con le sue scelte azzeccate di arrangiamenti miranti ad una rivisitazione noir del blues-jazz, e soprattutto frutto di un'ispirazione che magari arriva una sola volta nella vita, rimane il disco bristoliano per eccellenza, monumento insuperato della musica contemporanea.

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GLOBAL COMMUNICATION - 76:14 ( Dedicated, 1994)

01 4:02
02 14:31
03 9:25
04 9:39
05 7.39
06 0:54
07 8:07
08 5:23
09 4:14
10 12:18

C'era una volta la sonda Pioneer 10, ormai dispersa oltre l'orbita di Plutone, sulla quale spiccava la famosa placca su cui l'umanità incise la raffigurazione dei corpi, femmina e maschio con un disegno schematico del sistema solare, se mai gli alieni l'avessero trovato.Beh, se fosse stato concepito in quell'epoca, 76:14 doveva essere messo insieme a quel messaggio e sparato nella profondità del cosmo. Tom Midderton e Mark Pritchard, personaggi poliedrci e versatili della prima scena elettronica inglese, siglarono nel corso dei '90 sotto Global Communication alcune produzioni ambient sulle quali spicca 76:14, disco cardine dell'ambient sperimentale e non solo, un vero manifesto del trattamento della materia elettronica che diventa prolungamento pensante dell'essere umano che interagisce con quello che lo circonda. 76:14 (che significa semplicemente la durata del disco), fondamentale passaggio della comunicazione contemporanea tramite suono, è un vero codice per niente alaetorio. In verità i Global Communication sono riusciti a creare un linguaggio fatto di allusioni totalizzanti e universali tramite il trattamento di sonorità rielaboranti chill out, Eno e house:in pratica hanno fatto il disco ambient "definitivo" intorno a cui già si arrovellavano con ottimi risultati Orb, KLF e il divin petrarchesco spirito di Mixmaster Morris.Le 10 tracce che compongono questo prezioso disco non hanno nome per non disperdere l'effetto mesmerico-universale che volevano ricreare (stratagemma che poi verra replicato da molti acts), ma sono identificate con la durata che effettivamente hanno, mettendo in evidenza l'unico potere effettivo che comanda l'universo:il tempo. L'ascolto del disco è di per sè un'esperienza sciamanica,alla sua fine si ha quasi la presunzione taoistica di conoscere tutto il mondo senza uscire di stanza. Dopo l'incipit cosmico che eleva subito lo spirito, in 14:31 ci si cala in un lento fluire segnato da un battito di pendolo, mentre mormorii, fruscii e rullaggi di aeroplani disegnano uno scenario metropolitano incantato e la triste melodia si insinua ipnotica ed eterea.Un chiacchericcio indistinto ci introduce a 9:25,un brano incentrato sulla ritmicità tech-house del post-chill out, ormai diventata musica calata in un eden rassicurante. Nulla è lasciato al caso,la produzione è a livelli eccellenti,prototipi glitch fanno a tratti capolino in miriadi di sfumature e vari canali si intersecano formando una maglia dalla quale si è rapiti. 7.39 è un altro capolavoro ritmico, un electro-idm seminale che incorpora i Black Dog e gli anni '80 in maniera riassuntiva totale.Alla fine del pezzo compare un breve bridge in cui persone da tutto il mondo e con le varie lingue lasciano su una segreteria telefonica l' interpretazione di comunicazione globale come "espressione emozionale trasmessa attraverso il suono" .Il passaggio che porta alla seconda parte del disco con 8:07, è scandito da un battito electro robotico ammaliato da sirene che lo conducono in grotte di corallo, scintillante oscurità, come l'immediato reprise di 5:23,con le timbriche marchiate a fuoco nel cervello, questa è idm allo stato conclusivo, l'elettronica d'ascolto non sarebbe più stata idm in senso stretto dopo queste prove. 4:14 è un nuovo ambient sopraffino, sono corde che arrivano in profondità, con sospiri e micro-glitch ancestrali, scatole cinesi senza fine, lievi vortici e correnti che trovano il conclusivo mare aperto in 12:18, quasi una visione finale dantesca, il culmine di un'ascesa spirituale da brividi.
Middleton e Pritchard, abilissimi conoscitori della materia elettronica, fecero così il disco della vita, un qualcosa che va oltre le parole e l'elettronica stessa, attraverso suoni e messaggi sublimi di un capolavoro che non si finisce mai di scoprire, riassunto in quella coperina con la G e la C a formare un orecchio, ascoltare per capire.

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AUTECHRE - Incunabula (Warp, 1993)

01 Kalpol introl
02 Bike
03 Autriche
04 Bronchus 2
05 Basscadet
06 Eggshell
07 Doctrine
08 Maetl
09 Windwind
10 Lowride
11 444

Autechre è la creatura oracolare di Sean Booth e Rob Brown, il duo inglese che ha segnato indelebilmente l'elettronica d'avanguardia dei '90, tracciando le coordinate di riferimento a cui molti epigoni hanno provato a rifarsi. "Incunabula" è semplicemente il disco che ha sublimato il modo di comporre idm-ambient, facendolo già nel 1993 con una chiarezza di idee impressionante. Il linguaggio degli Autechre è suprematista, hanno traslato la definitiva non-oggettività del pensiero elettronico, smontandolo e rendendolo tridimensionale e polimorfo, staccato quasi dai solchi e formante figure pulsanti di acciaio vivo. Lo hanno fatto tramite un minimalismo evocativo e una fredda essenzialità di tratto quando invece poi l'elettronica si sposterà verso il progressivo e la contaminazione totale. "Incunabula" rappresenta già il primo punto di arrivo degli Autechre, che in seguito estremizzeranno decisamente la loro proposta in dischi sempre più alieni e destrutturati, al limite anche del noise sferzante. "Incunabula" come tutti i loro dischi, è un'opera impegnativa, che ha le sue basi in ingegnose e abbindolanti sequenze tonali condite da una ricerca ritmico-timbrica meticolosa. Non si tratta di una bellezza sensorialmente lampante, gli Autechre non sono immediati e in seguito lo saranno ancora meno, in Incunabula l'equilibrio e le forme vanno a discapito del mero hit, il disco autechriano è la summa dell'opera elettronica totale che cerca e trova la definitiva consacrazione musicale davanti agli occhi dei più scettici. L'iniziale "Kalpol Introl" è la creazione del liquido marziano autechriano, un "Io robot" asimoviano di meccanismi ignoti che porta poi a "Bike" e la definitiva mutazione del substrato techno, tra ritmiche insinuanti e suoni riverberenti, l'arrivo definitivo della deriva "artificial intelligence" di LFO, Richard James e Black Dog. Il suono degli Autechre è decisamente asettico, ma la componente eterea dell'apparato sintetico si scontra magnificamente con distorsioni e varietà ritmiche imprevedibili, passando dalla rassicurante "Autriche" al magma pulsante di "Bronchus 2". "Basscadet" è uno dei pezzi cardine del disco, un inconfondibile strato di electro robotica gorgheggiante per un dancefloor lunare. "Eggshell" è un idm di una raffinatezza superlativa, lo sfondo e l'azione del palco autechriano diventano un teatro di rappresentazione naturale ciclica, una lotta fra gli elementi sempre in bilico, come nelle battute spezzate di "Doctrine". E' con il lungo brano "Windwind" che Booth e Brown raggiungono l'estasi mistica finale e i brividi lungo la schiena quando la si ascolta non vengono mai meno: "Windwind" è un ambient-idm-glitch che sembra una scultura di Michelangelo, l'incedere tentennante dei beats fra sferzate laser, riprese lente, tuffi ed emersioni, quel muro melodico ronzante in lontananza tristemente evocativo, sembra contenere tutto il senso della vita, sensazionale. Il finale del disco è un tributo al passato con "Lowride" e il suo retaggio house-jazz e la conclusiva "444", incisa dai caratteristici drones melodici autechriani che inseguono la ritmica che si è tolta le catene, che qui sembra avanzare decisa verso territori idm da cui non si torna. "Incunabula" è l'incarnazione della musica elettronica pura, un disco profondissimo, che a distanza di tanti anni mantiene ancora una freschezza e uno splendore che è proprio solo delle opere d'arte che travalicano i secoli.

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