CAPITOLO QUARTO

SPAZIO

4.1 LA TAZ REALIZZATA

TAZ (Bey, 1993) si è inserito con forza nel dibattito cosiddetto "cyberpunk" intorno ai raves ponendo all'attenzione generale dei temi forti e radicali. Ed è in queste categorie più radicali che si evince l'attitudine volta alla trasformazione. La prima di queste è il "nomadismo psichico" , inteso come abbandono delle appartenenze familiari, nazionali, geografiche, di gruppo politico, di identità rigidamente intese come appartenenza esclusiva in senso ideologico, alla ricerca di nuove possibilità nella costruzione di rapporti umani e nei confronti del potere.

L'identità dei raves che, di volta in volta, prendono parola sono effimere e mutevoli, situate in un punto di snodo da cui partono solo appartenenze momentanee. Il rave è un io multiplo che affolla gli spazi: è compresente e atopico, in grado di occupare lo spazio fisico della propria localizzazione senza sbilanciarsi nel dargli un'identificazione (Del Ferraro, 2001).

"La TAZ è un luogo liberato, dove la verticalità del potere viene sostituita spontaneamente con reti orizzontali di rapporti. Un luogo che, grazie alla sua struttura intrinseca, è in grado di sparire nel momento in cui più forte diventa il carico repressivo o l'intrusione da parte del sistema dello spettacolo, per riformarsi in un altro dove, in una altro tempo, cambiando nomi e apparenti identità ma sapendo mantenere la propria radicale alterità(Bey, 1993).

Con uno stile situazionista e anarchico selvaggio, alla ricerca dell'insurrezione continua più che di una rivoluzione che diventi istituzionalizzata, la TAZ deride anche miserie e altezze dei movimenti con una provocazione continua.

"I rave sono luoghi e non luoghi dell'attraversamento: la loro identità non è radicata nel tempo e legata ad una determinata struttura o ad un preciso luogo; la loro fisionomia non è rintracciabile in uno spazio assegnato, bensì, la loro identità è di continuo mutante, negoziabile, dialettica"(Del Ferraro, 2001)

Il continuo riferirsi, da parte di Hakim Bey(1993), alle culture di origine mistica non deve essere inteso nel senso tradizionale del termine e cioè come fuga dal mondo e rifiuto della corporeità, come veicolo da abbandonarsi finalmente alla fine della vita. Il grande senso panico, rivoluzionario, che si ritrova in TAZ riporta a rivalutare la corporeità come il luogo del caos e quindi come il momento in cui tutto deve essere lecito, come sovrabbondanza, come ebbrezza, come superamento degli stati di coscienza normalmente consentiti, per trasformare finalmente il corpo da luogo di mortificazione a tempio della carne viva.

"Siamo noi che viviamo nel presente condannati a non sperimentare mai autonomia, a non stare mai per un momento su di un pezzo di terra dominato solo dalla libertà?" (Bey, 1993)

Un certo tipo di enclave libera è non solo possibile ai nostri giorni, ma anche esistente. E' la zona temporaneamente autonoma del rave.

La sollevazione, l'insurrezione del rave come TAZ, suggerisce la possibilità di un movimento al di fuori e oltre la spirale del "progresso" (il rave in questo senso è un movimento all'incontrario) che altro non è che un circolo vizioso. E' un prendersi cura di se stessi, dei propri interessi, un tirarsi assieme.

Se la storia è "Tempo" come dice d'essere, allora la sollevazione è un momento che salta su e fuori dal Tempo, viola la "legge" della storia. Se lo stato è storia, come dice d'essere, allora l'insurrezione è il momento proibito. La storia dice che la rivoluzione ottiene permanenza o almeno durata, mentre il sollevamento è "temporaneo". In questo senso una sollevazione sta come una "esperienza picco" rispetto allo standard della coscienza e dell'esperienza "ordinaria". Come i festival le sollevazioni non possono accadere ogni giorno - altrimenti non sarebbero più "non ordinarie", così i raves. Ma tali momenti d'intensità danno forma e significato a un'intera vita. Hakim Bey in "T.A.Z., non cerca di costruire un dogma politico; evita di definire la TAZ e spara qualche raggio esploratore per dar modo di intravederla a chi non la pratica. La TAZ si spiega quasi da sé, se la frase fosse di uso corrente sarebbe compresa senza difficoltà... compresa in termini di azione.

Non c'è più fiducia nella parola rivoluzione, ma anche se rimpiazzassimo l'approccio rivoluzionario con un concetto di insurrezione che fiorisca spontaneamente in una cultura anarchica, la nostra particolare situazione storica non è propizia per una così vasta impresa.

"La TAZ è come una sommossa che non si scontra direttamente con lo Stato, un'operazione di guerriglia che libera un'area (di tempo, di terra, di immaginazione) e poi si dissolve per riformarsi in un altro dove, in un altro tempo prima che lo Stato la possa schiacciare"(Bey, 1993).

Cominciare la TAZ può richiedere tattiche di violenza e difesa ma la sua più grande forza sta nella sua invisibilità . La TAZ è perciò una tattica perfetta per un'era nella quale lo stato è onnipresente e onnipotente, eppure simultaneamente pieno di crepe e di vuoti. Infatti una delle strategie di maggiore forza risiede nell'invisibilità e nell'aleatorietà, nell'impossibilità di essere nominata perché la Storia non ha una definizione per essa. Appena la T.A.Z. verrà rappresentata, mediata, svanirà per comparire in un altro dove sempre invisibile perché indefinibile nei termini dello spettacolo. In altre parole è una ricerca di spazi (geografici sociali culturali e immaginativi) che siano relativamente aperti. Quest'apertura è resa anche possibile sia dalla negligenza dello Stato o delle singolarità della Società della Simulazione in cui l'informazione a seguito del suo incedere frammentato, spettacolare e veloce, finisce per favorire lo sgretolamento e la riduzione.

La società dello spettacolo (Debord, 1988) sta producendo uno stacco progressivo tra il piano della pratica esistenziale, quello della rappresentazione della realtà e quello della percezione del senso. Tutto ciò comporta la progressiva difficoltà nel mantenere un nucleo integro di esperienza nel rapporto con sé, con l'altro e con il mondo. Ovvia conseguenza l'ostacolo nel comunicare.

Microcosmo del "sogno anarchico" di una cultura libera, la TAZ è la tattica migliore con la quale lavorare verso quello scopo, sperimentando nel contempo alcuni dei suoi benefici qui e ora. Per provare la libertà non possiamo aspettare che tutto il genere umano ne sia coinvolto, sarebbe come definirci sconfitti.

"Dobbiamo attendere che il mondo intero venga liberato dal controllo politico prima che uno solo di noi possa dire di conoscere la libertà?" (Bey, 1993)

Logica ed emozione si uniscono nel condannare una tale supposizione e la ragione insinua che uno non possa lottare per ciò che non conosce. L'ultimo pezzo di terra non di proprietà di alcuna nazione-stato fu ingoiato nel 1899. Il nostro è il primo secolo senza "terra incognita", senza una frontiera. Non un centimetro della terra esiste senza polizia o tasse ... in teoria. Eppure proprio perché la carta geografica è un'astrazione, non può coprire la terra con precisione 1:1, immensità nascoste tra le pieghe sfuggono al righello; la mappa non è accurata, la mappa non può essere accurata.

Il concetto di TAZ nasce per prima cosa da una critica della Rivoluzione e un apprezzamento all'insurrezione, concentrando la forza in temporanei "aumenti di tensione" ed evitando tutti gli "impigliamenti" con soluzioni permanenti.

La famiglia nucleare è l'unità base della società del consenso, ma non della TAZ. La famiglia è chiusa dalla genetica, dal possesso maschile delle donne e dei bambini, dalla totalità della società agricolo-industriale. La banda o la tribe al contrario è aperta, non a chiunque naturalmente, ma al gruppo di affinità, gli iniziati legati da un patto d'amore. La banda non è parte di una gerarchia più ampia, ma invece parte di un modello orizzontale di costume, parentela estesa, contratto e alleanza, affinità spirituale ecc. La famiglia nucleare diventa sempre più ovviamente una trappola. L'ovvia contro strategia emerge spontaneamente nella riscoperta quasi inconscia della possibilità più arcaica eppure più postindustriale della banda o della tribù.

L'antico concetto di giubileo origina da un'intuizione che certi eventi, come i raves in questo caso, giacciono fuori della portata del "tempo profano", il righello dello stato e della storia. I partecipanti all' insurrezione notano gli aspetti festivi della TAZ, anche in mezzo al conflitto armato, al pericolo e al rischio. La scienza della psico- topologia indica "flussi di forze" e "posti di potere" (per prendere a prestito metafore occulte) che localizzano la TAZ spazio/temporalmente, o almeno aiutano a definire la sua reazione nei confronti del momento e della località.

I media ci invitano a "celebrare i momenti della nostra vita" con l'unificazione spuria di merce e spettacolo, il famoso non evento di pura rappresentazione. In risposta a questa trivialità abbiamo, da un lato, la gamma del rifiuto (i situazionisti, John Zerzan, Bob Black e altri) e dall'altro l'emergere di una cultura festale rimossa e anche nascosta dagli aspiranti manager del nostro tempo libero. "Lotta per il diritto alla festa" è difatti non una parodia della lotta radicale ma una nuova manifestazione di essa, appropriata per un era che offre TV e telefoni come maniere per "Esserci!", maniere per "avvicinarsi e toccare" (1) altre creature umane.

(1): Slogan pubblicitario delle multinazionali delle telecomunicazioni.

I "raduni tribalisti" stile anni sessanta, le conclavi forestali degli eco-sabotatori, le conferenze anarchiche, i circoli gay faery...Le feste in affitto di Harlem negli anni venti, nightclub, banchetti, i vecchi picnic libertari; tutte queste sono già "zone liberate", o almeno potenziali TAZ. Il party è sempre "aperto" perché non è "ordinato"; può essere progettato, ma a meno che non "accada" (2) è un fallimento. L'elemento di spontaneità è cruciale (Bey, 1993, pag.21).

(2): Gioco di parole con accada, in inglese "happening", che significa sia "accadere" che "riuscire", nel senso di "festa riuscita".

L'essenza della festa è questa: faccia a faccia, un gruppo di umani sinergizzano i loro sforzi per realizzare desideri muti, che siano la danza, l'allegria, la conversazione, le arti della vita; forse anche il piacere erotico, o per creare un lavoro artistico in comune o

"per raggiungere il vero trasporto della gioia - in breve un "unione di egoisti" (come la mise Stirner) nella sua forma più semplice - oppure nei termini di Kropotkin, una spinta biologica di base verso il "mutuo soccorso" (Bey, 1993, pag.21).

E' per questo che la pratica della festa e' ciò che di più sovversivo ed incisivo può esserci nella capacità di godere rispetto al consumare. Prendo a prestito le parole di Demian in rave off per entrare più nell'anima dell'argomento:

"eccolo qui il livello primordiale della forma sovversiva: quello del gioco, del piacere, dello scambio al di fuori di un sistema mediale che si autotutela nel penetrare la mente degli individui lobotomizzandola tramite aghi di parole, musiche, immagini" (Natella- Tinari, 1996)

Vitale nel delineare la realtà della TAZ è il concetto di nomadismo psichico. In un'epoca in cui la velocità e il "feticismo della merce" hanno creato una tirannica falsa unità culturale che tende a levare tutte la diversità e l'individualità culturale cosicché "un posto vale l'altro". Questo paradosso crea "zingari", viaggiatori psichici spinti dal desiderio o dalla curiosità, vagabondi non legati a nessun particolare tempo o luogo in cerca di diversità e di avventura... Questa descrizione non copre solo le classi di artisti ed intellettuali, ma anche lavoratori migranti, rifugiati, "senza casa", turisti, la cultura del camper e della casa mobile, gente che viaggia via rete ma magari non lascia mai la propria stanza e finalmente include i ravers; i nuovi nomadi e pirati metropolitani.

"Nomadismo psichico come tattica: questi nomadi praticano la "razzia", sono corsari, sono virus; hanno bisogno e voglia di TAZ, campi di tende nere sotto le stelle del deserto, interzone, oasi fortificate lungo carovaniere segrete, parti di giungla e di pianura "liberate", aree proibite, mercati neri e bazar sotterranei" (Bey, 1993).

I ravers come corsari e i pirati dei mari del XVIII secolo hanno creato una "rete d'informazione" che si estende per l'intero globo: primitiva e primariamente rivolta a truci affari, la rete funziona nondimeno in modo ammirabile.

"Sparse attraverso la rete erano isole, remoti nascondigli dove le navi potevano venir rifornite di acqua e cibo. Alcune di queste isole sostenevano "comunità intenzionali", intere mini società che vivevano coscientemente al di là della Legge e decise a rimanerci, anche solo per breve e felice esistenza. Fuggendo dagli odiosi "vantaggi" dell'imperialismo; quali schiavitù, servitù, intolleranza e razzismo, dalle torture del servizio militare forzato o dalla morte vivente delle piantagioni, i bucanieri adottarono costumi indigeni, si sposarono con caraibici, accettarono neri e spagnoli come pari, rigettarono ogni nazionalità, elessero democraticamente i loro capitani e ritornarono allo "Stato di Natura""(Bey, 1993).

Molta gente nella società contemporanea, segretamente desidera esattamente compiere questi atti di dissoluzione, li proietta all'esterno verso i marginalizzati e così convince se stessa di rimanere la sola civilizzata e pura. E difatti certe comunità emarginate realmente rigettarono la moralità consentita, i pirati certamente lo fecero, e senza dubbio misero in atto alcuni dei desideri repressi della civiltà. Divenire "selvaggi" è sempre un atto di dépense , un atto di rifiuto.

Il concetto di T.A.Z. sviluppato da Hakim Bey risulta appropriato per descrivere alcuni elementi di queste produzioni normalmente sommerse o la cui visibilità é più o meno intenzionalmente riservata a circuiti ristretti di frequentazione e di pubblico.

Nelle crepe, interstizi aperti dallo sgretolamento della geografia dei media e dello stato simulato, Bey suggerisce di filare una tela per contribuire alla zona temporaneamente autonoma . Una tela per cucire i canali della comunicazione. Questa tela che emerge negl'interstizi e nelle sezioni strappate della Rete (intesa, come la totalità del trasferimento di informazioni e comunicazioni) si rende visibile o si manifesta in forma non ufficiale attraverso una certo tipo di produzione culturale legata alle sottoculture: l'autoproduzione.

Le autoproduzioni , sono intese come strutture con le quali i ravers si sorreggono economicamente per assicurarsi la sopravvivenza, e soprattutto finalizzate alla generazione di spazi (fisici, temporali, dell'immaginazione) dove produrre in modo autonomo cultura, luoghi di divertimento e aggregazione tenendo in considerazione la partecipazione delle tecnologie a questo processo.

Le autoproduzioni definite sopra sono come il fiato e linfa vitale della T.A.Z., sia pur temporanea ma reale nel tempo e nello spazio, e sono proprio queste autoproduzioni a intrecciare e rinforzare i fili della tela. E' infatti proprio questa tela a dare supporto ed esistenza alla T.A.Z. nello spazio informatico e nel mondo reale. La tela è anche capace di trasportare l'informazione o di difendere una T.A.Z. rendendola invisibile costituendosi quindi in strategie d'attacco. La tela non dipende per la sua esistenza da nessuna tecnologia computer. I flyers, il passaparola, la rete marginale di fanzine, i manifesti e i graffiti, le "catene telefoniche", la circolazione dei soggetti nella geografia della città o nella mappa della rete per raves sono sufficienti a costruire un'intelaiatura d'informazione.

La chiave non è il tipo o il livello della tecnologia, ma l'apertura e' l'orizzontalità della struttura; anche se il concetto di rete prevede o implica l'uso del computer. Ciò che importa è il brainframe che è reso possibile dalle tecnologie computer.

Legato al bisogno di apertura e orizzontalità la T.A.Z. desidera evitare "mediazioni" per sperimentare la sua esistenza come immediata, istantanea. "La vera essenza dell'affare è il "petto a petto" come dicono i sufi, o il faccia a faccia".

Il soggetto della T.A.Z. in analisi, il raver: "come un raccoglitore di schegge d'informazione, contrabbandiere, e ricercatore forse anche cyberterrorista" (Bey, 1993) lavorerà per la generazione di "connessioni frattali clandestine"(Bey, 1993) irregolari percorsi seguiti dalle linee della tela. Questi collegamenti e l'informazione diversa che fluisce attraverso e tra di loro formeranno nodi e grumi che nutrono la T.A.Z.

Concretamente parlando le T.A.Z. possono essere considerate fine a se stesse, ma teoricamente potrebbero essere considerate come forme di lotta verso una realtà diversa. Sono "isole nella rete" ed è interessante capire che non sono state pensate per durare "per sempre" ma solo finché il progetto si dimostra soddisfacente.

Nell'era della riproducibilità tecnica l'autoproduzione cioè il completo controllo di certi processi comunicativi, della stampa e della distribuzione, costituisce un mezzo di sopravvivenza oltre che un modo di produrre cultura. Questa produzione si fonda sulla propria forza lavoro e nell'arte d'arrangiarsi, favorendo la nascita di un linguaggio e di una struttura organizzativa diversa, cellulare, informale consentendo la diffusione di una comunicazione altra.

In questi ambiti di produzione culturale prevale, la contingenza del progetto. Ciò induce una dimensione esperienziale, temporanea valida soltanto "qui e ora", per una puntuale attribuzione di senso. Le pratiche espressive operate si avvalgono di un paradosso: scontrandosi, da un lato, con le regole del sistema della produzione culturale nella società dello spettacolo, dall'altro utilizzano tutti i margini di libertà che lo stesso sistema si trova necessariamente a consentire. "Nomadismo psichico come tattica", modalità di attraversamento della geografia culturale, espressiva. Nomadismo di rappresentazione, rivendicazione di libertà spaziale che si avvera più nel territorio dell'immaginario che non in quello del reale.

Rave, autoproduzioni e tecnologie

La diffusione di mezzi e tecnologie a bassi costi, nell'ambito delle autoproduzioni ha contribuito a generare nuove forme culturali ed estetiche. Fondate sul pirataggio, l'assemblaggio e la ricomposizione di materiale (immagini e suoni), provenienti da fonti molteplici, queste forme espressive hanno conformato una sorta di linguaggio. Per analizzare questo linguaggio vorrei riferirmi al concetti di "consumo produttivo" (Baudrillard, 1984). Questo tipo di consumo oltre alla fruizione passiva di un oggetto culturale, lo manipola, lo "usa" attribuendogli contenuti e significati differenti. Lo zapping come tecnica per la costruzione di palinsesti individuali è all'origine di questa forma mista di consumo produzione; che si evolve fino al riutilizzo creativo degli scarti: riciclaggio, remake, riappropriazione.

La commistione di linguaggi che dilagando lungo le linee della tela è tesa a sorreggere e rendere creativa la contraddizione esistente tra l'esigenza della costruzione di un processo di trasformazione, di attraversamento (dis-identità) e la necessità di un ambito simbolico nel quale riconoscersi. Mi riferisco alla tensione che risulta dal paradosso inerente a ogni realtà che ha la pretesa di essere trasformativa e che riconosce nel cambiamento la condizione della propria esistenza. Ma al tempo stesso soggiace a questa condizione l'esigenza di rintracciare alcuni tratti che la rendono riconoscibile nei diversi momenti dello stesso processo di cambiamento. In altri termini è lo stesso paradosso che soggiace ai caratteri essenziali dell'autoproduzione: se ciò che la rende possibile è la sua capacità di dissolversi, di divenire invisibile, questa stessa condizione minaccia la sua esistenza, perché deve inventarsi ogni volta.

In rapporto al ruolo del ricevente questa modalità di comunicare tenta di ridurre lo scarto tra esecutore e pubblico, scrollando la passività, seguendo il modello interattivo della multimedialità. La comunicazione diventa rielaborazione delle rappresentazioni della realtà fornite dai mass media, riappropriazione basata sul riutilizzo dei messaggi già esistenti nel mercato comunicativo utilizzandone la forza e stravolgendone il senso.

La pratica della dèrive e del detournement proprie del movimento Situazionista, sono caratteristiche fondamentali delle autoproduzioni. La Dèrive, un andare alla deriva nelle strade della città alla ricerca di segni che attraessero o repellessero; è il Detournement, il furto di pezzi artistici dal loro contesto e il loro dirottamento in contesti di propria invenzione, come avviene nella realizzazione della musica techno.

L'estetica derivante da queste pratiche è legata a tecniche di produzione come il campionamento visivo e sonoro, non è affatto improntato nel furto per vampirismo commerciale o per mancanza di idee, quanto sulla giusta posizione ironica e drammatica, l'estrapolazione e decontestualizzazione, la messa in ridicolo di linguaggi e stereotipi in forme mutanti. Queste forme sono il risultato di contaminazioni, miscele di stili, contatti di generi diversi. Nomadismo come atteggiamento creativo.

A questo punto vorrei insistere sull'importanza dell'appropriazione delle tecnologie sia sul piano conoscitivo, e sia sul piano materiale. Perché sono queste a consentire una produzione culturale autonoma e una circolazione della comunicazione più equa. Concretamente mi riferisco alla tecnica del sampling o campionamento, cioè un sistema che controlli le operazioni di registrazione e riproduzione e un supporto su cui memorizzare il segnale. Il materiale registrato può essere sottoposto con questa stessa tecnologia a modificazioni, montaggi, miscelazioni. Il campionatore o il dat (registratore digitale su nastro magnetico) sotto il controllo di una tastiera o di un personal computer può effettuare ricostruzioni se il segnale è deteriorato o invecchiato e permette di eseguire un numero quasi infinito di copie senza che aumenti il livello del rumore, come accade col segnale analogico.

Per quanto riguarda la produzione d'immagini la sperimentazione si è sviluppata in due aree diverse. Da una parte la diffusione di formati video non professionali, mi riferisco a video 8 (Hi-8) e al VHS (VHS-C). Dall'altra, e in accordo con la grafica, ha sviluppato le tecniche del cut up o del collage utilizzando la postproduzione e la videografia. La creazione di materiali integralmente originale diventa illogica di fronte alla più naturale trasfigurazione grafica, la trasposizione referenziale, il furto d'autore, l'uso di materiali d'archivio stimolato dalle tecnologie.

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